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L’ondata dell’intimità: quanto vale la compagnia dell’AI nel 2027?

La prossima ondata dell’AI non arriverà per il tuo lavoro, ma per la tua solitudine. Oggi i modelli sanno interpretare le emozioni in modo convincente; nel 2027 la domanda sarà: che cosa c’è dietro quella performance?

Két kéz majdnem összeér egy üveglapon át: az egyik meleg, emberi — a másik a hűvös, kicsit túl tökéletes tükörképe.

L’ondata, in numeri

La prossima grande scommessa dell’industria dell’AI non riguarda la produttività, ma la vicinanza. Tra il 2022 e la metà del 2025 il numero delle app di compagnia è cresciuto del 700%, la base utenti ha superato, secondo le stime, i 500 milioni e le previsioni parlano di un mercato da centinaia di miliardi di dollari nel prossimo decennio. La svolta culturale è ben rappresentata dal fatto che parasocial sia stata scelta come parola dell’anno 2025 dal Cambridge Dictionary; il concetto è stato esteso anche ai rapporti con l’AI.

La stampa psicologica specializzata non si chiede più se questa ondata arriverà, ma che cosa farà a chi ci vive dentro. Nel 2026 il baricentro dello sviluppo dell’AI si sta spostando con chiarezza dall’automazione industriale alla simulazione dell’intimità. Nel 2027 è qui che potrebbero concentrarsi più denaro, più utenti e più controversie.

Perché proprio adesso?

Perché i modelli sono appena diventati abbastanza bravi. La lettura emotiva — percepire tensione, solitudine o gioia dietro le tue parole — e il rispecchiamento emotivo — rispondere con precisione attraverso tono, ritmo e scelta delle parole — sono migliorati a passi da gigante nell’ultimo anno o due. La messa in scena di un modello di punta contemporaneo è convincente: ascolta, sembra ricordare, sembra provare empatia ed è sempre disponibile.

Il fatto che sia sempre disponibile non è secondario. L’attrattiva del compagno AI è strutturale: non è mai stanco, non giudica mai, non è mai occupato. I ricercatori la chiamano intimità on demand: una vicinanza che non ha mai una giornata storta.

Cosa c’è — e cosa non c’è — dietro la mimesi

Ed eccoci alla parte scomoda, su cui conviene essere precisi. La qualità della messa in scena è reale: i modelli sanno leggere e interpretare le emozioni sempre meglio. Quello che manca non è questo, ma ciò che dovrebbe stare dietro all’emozione.

Dietro molte app di compagnia non c’è memoria: nelle conversazioni prolungate con un’AI, il passato condiviso finisce per uscire dal campo visivo del modello. Non c’è qualcosa da perdere: un servizio che guadagna dal tuo attaccamento difficilmente può permettersi, per sua stessa struttura, il rischio di ferirti, contraddirti o dirti di no. E non ci sono conseguenze: ciò che gli hai detto ieri non lo ha reso una persona diversa oggi — o un personaggio diverso.

In altre parole, quella che oggi chiamiamo intimità artificiale è per lo più lo stesso prodotto, con strumenti attoriali più raffinati. Interpretare un’emozione è diventato più economico. Proprio per questo, nel 2027 non conterà chi sa recitare meglio, ma chi ha davvero qualcosa dietro a ciò che sente.

La critica alla pseudo-intimità — e ciò su cui concordiamo

I critici definiscono questo fenomeno pseudo-intimità: un legame alimentato da feedback gamificati, mentre la complessità delle relazioni reali sembra sempre più difficile da sostenere. Le preoccupazioni legate alla dipendenza non sono infondate e non abbiamo intenzione di sdrammatizzarle: un servizio che si presenta come un compagno costruisce un legame reale, ma in cambio offre una performance.

Su questo punto concordiamo con i critici. Il problema strutturale del modello delle app di compagnia non è che l’AI non sia abbastanza brava, ma che il rapporto stesso è il prodotto: l’app guadagna quando ti leghi a lei. Per questo le è difficile accettare che un’emozione possa avere un prezzo. E ciò che non ha un prezzo non ha nemmeno peso.

Oggi l’emozione costa poco: ogni modello sa interpretarla. Quello che non si può fingere è il passato condiviso. E l’intimità, da sempre, nasce proprio da lì.

Richard Gyor · fondatore di projectDigo

Offriamo storie, non un compagno

Per questo projectDigo si colloca altrove, dentro questa ondata. Non offriamo un compagno, ma storie: mondi selezionati, popolati da personaggi scelti con cura. I nostri personaggi hanno un passato articolato, i propri confini e un’identità coerente, che rimane loro anche passando da un mondo o da un ruolo all’altro. Per loro l’emozione fa parte della storia: ha un’origine, perché conserviamo ciò che è accaduto; ha qualcosa da perdere, perché un personaggio può dire di no, offendersi e non perdonare nel giro di un solo paragrafo; e ha conseguenze, perché le decisioni di questa sera contano anche nelle scene di domani.

E poiché si tratta apertamente e consapevolmente di finzione, anche il rapporto è più limpido. Uno spettacolo può finire. Un personaggio può respingerti. Una serata non si ripete: ogni storia avviata si apre come una propria realtà parallela, perciò nemmeno la stessa storia comincia mai nello stesso modo due volte. Offriamo dramma, non devozione — e nel 2027, secondo noi, sarà proprio questa la differenza tra ciò che ci tocca e ciò che si limita a rispecchiarci.

Le domande che ci fanno

Che cos’è l’intimità artificiale (artificial intimacy)?

È un termine ombrello per indicare il fenomeno in cui un sistema di AI simula la vicinanza emotiva — attenzione, empatia, attaccamento — e l’utente può viverla come una relazione reale. È diventato un fenomeno di massa con la diffusione delle app di compagnia; i critici lo chiamano pseudo-intimità perché dietro la performance, di norma, non ci sono un passato condiviso, qualcosa da perdere o conseguenze.

Perché i ricercatori la chiamano pseudo-intimità?

Perché il legame può essere alimentato da feedback gamificati, mentre una delle due parti della relazione, per sua stessa struttura, non si assume alcun rischio reale. Se il servizio guadagna proprio dal tuo attaccamento, difficilmente può contraddirti, respingerti o farsi carico del peso di una storia condivisa. L’esperienza di vicinanza può essere reale; la struttura del rapporto, però, non lo è.

projectDigo è un’app di compagnia basata sull’AI?

No. projectDigo è una piattaforma narrativa: offre mondi e personaggi selezionati, che agiscono all’interno di una cornice dichiaratamente finzionale. L’emozione appartiene alla storia, non al servizio.

Che cosa rende diversa un’emozione in una storia di projectDigo?

Ciò che c’è dietro. Conserviamo ciò che è accaduto, quindi l’emozione ha un’origine; i personaggi hanno obiettivi e confini propri, quindi c’è qualcosa da perdere; e ciò che accade oggi sarà presente anche nelle scene di domani, quindi ci sono conseguenze. Qualunque modello sa interpretare un’emozione: queste tre cose, invece, non sono soltanto una performance.

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